Separarsi è un’arte più difficile che sposarsi: al momento di dividere casa, beni, figli, entrano in gioco complessi bisogni di affermare il proprio potere, la propria identità, il proprio ruolo. Contemporaneamente ciascuno difende il suo, e deve prevedere la tutela della propria indipendenza economica. Sulla base dei diritti sanciti dalla legge, ci si avvia spesso allo scontro: ogni coniuge si affida a un avvocato che ne difende gli interessi, e, poiché spesso ciascuno
tende a prevaricare, l’avvocato deve giocare non solo di difesa, ma anche di attacco. E chiaro che il clima di aggressività si esaspera, e il gioco
diventa distruttivo, sia sulle persone della moglie e del marito, sia sui figli, usati troppo spesso come arma di ricatto.
Trattando con famiglie che si dilaniano in un eccesso di aggressività, e su questo vanno a decidere del proprio futuro, la Magistratura del Tribunale dì Genova ha cominciato a fare ricorso a terapeuti di coppia che, incontrando in una serie
di sedute i coniugi decisi a separarsi, li inducono a ripensare le proprie vicende personali e matrimoniali, così da riconsiderare i motivi che hanno portato a suo tempo a sposarsi, e poi alla separazione, con quel tanto di utile distacco che viene suggerito dalla psicologia.
Alessandra Lancellotti, una delle psicanaliste che opera a Genova, in collaborazione con il Tribunale dei minorenni, dice che il rimedio si è dimostrato sempre efficace per le coppie che si sono sottoposte al trattamento. Per il giudice è pressoché impossibile decidere «con giustizia» in una situazione in cui bisogni e diritti di ciascuno vengono proposti in aperto e non sanabile conflitto; mentre se la separazione viene delineata con l’intento del «male minore» per tutti, ognuno ne trae la sua parte di vantaggio.
Nel corso di queste psicoterapie si sono approfonditi casi in cui appariva poco per volta ciò che per anni si era voluto ignorare: che le personalità dei coniugi, per esempio, non erano conciliabili, perché le tendenze o le nevrosi dell’uno stimolavano inevitabilmente le reazioni negative dell’altro, in una spirale in continua ascesa; e per sanare la situazione, sia lui sia lei avrebbero dovuto modificare tratti così profondi di sé, da richiedere anni di trattamento (e poi, vale davvero la pena ristrutturarsi daccapo? Caso mai l’errore era stato di sposarsi…
In altri casi si è visto che i motivi del conflitto che ha provocato la separazione si potevano rimuovere, solo che ciascuno si disponesse a riconsiderare se stesso e il rapporto in una luce costruttiva, senza aggressività. E si è avuto anche un caso di riconciliazione.
Per ora le terapie sono a carico degli utenti, ma Alessandra Lancellotti si augura che si possano istituire, come ne esistono in Usa, dei Centri-divorzio cui ricorrere, comunque, per trovare l’aiuto indispensabile a «lasciarsi così senza rancore»: in modo, cioè, da non uscire distrutti dall’esperienza della separazione, e in grado di assumere decisioni responsabili per il bene proprio e dei figli.

Anna del Bo Boffino

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