Sono famiglie così nuove, che in italiano non si sa anco ra bene come chiamarle. Le hanno battezzate patchwork, domino, allargate, ricostituite. Ma sono termini limitati e imprecisi: un’incertezza che rivela l’incapacità del linguaggio di seguire i nuovi ruoli familiari. Non che il compito sia facile: queste famiglie sono decisamente più complesse di quelle nucleari classiche. Lui e lei (e a volte tutti e due), reduci da una convivenza o da un matrimonio, formano una nuova coppia, portando in eredità dei figli. E magari mettendone al mondo altri, insieme. Così la rete dei rapporti di parentela si fa sempre più fitta e indefinita: ci sono padri biologici e sociali, fratelli che non sono fratelli, e a volte ben otto nonni… Ma visto l’aumentare delle separazioni e dei divorzi, saranno queste le famiglie del futuro.
Famiglie-laboratorio, pionieristiche, di frontiera: che però il primo ostacolo, quello del linguaggio, non l’hanno risolto ma semplicemente aggirato. FAMIGLIE SENZA NOME. Già: la nostra lingua non ha ancora trovato una parola adeguata per questi nuovi ruoli parentali. Certo, si possono rispolverare gli antiquati matrigna, patrigno, figliastro e figliastra: che sono però termini negativi, evocano la favola di Cenerentola. E in più non sono esatti. Perché patrigno o matrigna sono dei genitori nuovi, che rimpiazzano il genitore scomparso. Ma il nuovo compagno o la nuova compagna di un separato non rimpiazzano nessuno. Semmai, sono un di più. E infatti gli esperti li chiamano genitori «acquisiti» o «aggiuntivi». Questo però è un termine che può andare bene solo per un saggio di sociologia. Nella vita quotidiana che parole si usano?
«A volte sono i bambini che elaborano soluzioni personali», ha scritto Marzio Barbagli, sociologo, nel suo recente libro Provando e riprovando (Edizioni II Mulino). «Talvolta chiamano papà il padre legittimo, e papà con il nome proprio (ad esempio papà-Tom) il secondo marito della madre. Altre forme sono ancora più originali. Come una bambina che distingueva tra papà, e papà finto. Senza saperlo, si serviva di un’espressione usata anche in alcune aree dell’Europa settentrionale. In Svezia, ragazzi e ragazze chiamano talvolta il patrigno “il mio falso papà”, mentre in alcuni quartieri di Stoccolma è diffuso il termine “papà di plastica”».
Papa veri e finti: come chiamarli?
In genere, comunque, il problema viene risolto chiamandosi tutti per nome. Più che risolto, evitato: perché ci si limita a rivolgersi alla nuova figura come se fosse un amico. Ma almeno, molti imbarazzi sono caduti.
IL FIDANZATO DELLA MAMMA. Lasciamo da parte i problemi linguistici, ed entriamo dentro le neo-famiglie. In genere, sono fondate dalla madre: perché è a lei che, nove volte su dieci, vengono affidati i bambini (specie se piccoli). Quindi è lei a porsi tutti i problemi su se e come presentare il nuovo compagno ai figli. C’è chi preferisce tenere i due mondi separati. Sonia, 42 anni, insegnante, una figlia di 18 anni, spiega: «All’inizio le ho tenuto nascoste le mie storie. Non mi sembrava giusto portarle un uomo in casa, dormire nello stesso letto che avevo gli compro i vestiti, gli faccio fare i compiti. Ma nello stesso tempo sono un’amica, nei giochi, nel divertimento». IMPARARE L’ELASTICITÀ. Abbiamo parlato di guerre e tensioni. Ma quali sono li lati positivi delle neo-famiglie? Prima di tutto, che il genitore, angosciato e addolorate dopo la separazione, ritrova equilibrio e serenità grazie alla nuova storia d’amore. Il che fa bene a lui, ma anche ai figli.
Una presenza positiva
II genitore acquisito, inoltre, spesso fa da filtro positivo nei confronti del genitore vero., Non solo: vivere in una famiglia-patchwork vuol dire soprattutto aprirsi gli orizzonti, acquistare una duttilità straordinaria nei rapporti interpersonali. E verso il mondo.

CI SONO DEI SEGRETI PER CAVARSELA AL MEGLIO? Li abbiamo chiesti ad Alessandra Lancellotti, terapeuta familiare e della coppia, che sa bene cos’è una neo-famiglia: è separata, ha due figli, e vive con un nuovo compagno e suo figlio.
Ci ha risposto: «Innanzitutto, bisogna stabilire delle regole di convivenza chiare per i bambini. Se sono figli propri, ma anche (e soprattutto) se sono figli dell’altro. E quindi mai straviziarli: rischiano di diventare dei tiranni insopportabili. Non bisogna neanche cedere ai loro mutismi e capricci; anzi, imparare a essere più autoritarie. Importante è anche saper difendere la privacy della coppia: e quindi dormire insieme, senza ipocrisie e falsi sensi di colpa, e non permettere che i bambini entrino in camera senza bussare. Altrimenti capita come a un mio piccolo paziente di 12 anni, figlio di separati: soffriva di sonnambulismo e regolarmente, di notte, entrava in camera della madre (che aveva un nuovo compagno). Per l’inconsciente bisogno di controllare tutto. Per attirare l’attenzione su d sé. Essenziale, poi, è non fa prendere ai figli decisioni eh riguardano i genitori: conosco una donna medico, separarata che ha chiesto alla figlia di 10 anni se poteva sposare il suo nuovo compagno. E la figlia, naturalmente, ha risposto di no. «Ma è assurdo! E un ribaltamento generazionale pericilosissimo: i figli che fanno igenitori dei propri genitori. Meglio rispettare i ruoli». In conclusione? La felicità nelle neo-famiglie è possibile. Soltanto, bisogna lavorarci molto di più.

Lisa Corva

Grazia, 28 ottobre 1990

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