“Peace keeping” rappresenta un momento dai molteplici significati culturali, che vanno al di là della mera operazione militare.
“Concorrere ad assicurare la pace, in un paese in cui il processo di pacificazione delle fazioni in campo risulta complesso e difficile, è dovere di ogni Nazione evoluta e il concorso può e deve essere anche di natura militare”. Sono le parole del Generale Luigi Manfredi, Comandante del 4° Corpo d’Armata alpino che ci illustra l’operazione “Albatros”, avviata nel marzo di quest’anno in Mozambico da un contin¬gente, appunto, di oltre mille Alpini, operazione tecnologicamente complessa e con un elevato contenuto umanitario.
Nel comando militare, ove siamo ricevuti a Bolzano, ci sono evidenti i segni di una tradizione di soldati interpreti di un sentimento forte e più che mai vitale, l’amor di patria.
Visitando gli uffici e le sale operative del Comando, avvertiamo modernità ed efficienza, che si sente anche nell’asciutta correttezza di gesti antichi. C’è molta tranquillità e compostezza in queste aule dove la guerra è insegnata come strumento di difesa e dunque come espressione di pace.
Ma veniamo ad Albatros e alla missione italiana in Mozambico, che, pur illustrata dalla stampa nazionale, merita senza dubbio un maggiore approfondimento di conoscenza, per quanto riguarda i risultati umanitari, che in modo apparentemente contradditorio sono raggiunti, come si suoi dire, “con le armi in pugno”.
Un lungometraggio, girato recentemente in Mozambico, ci illumina sulla reale situazione di quel lontano paese, fino a poco tempo fa sconosciuto alla maggior parte degli italiani, e sull’effettivo significato di un’operazione dell’ONU che è l’unica, attualmente, con prospettive di successo, come ci conferma il Gen. Manfredi che ce lo mostra in anteprima.
Le immagini corrono su poveri villaggi di capanne e su carcasse di mezzi bellici arrugginiti, tristi emblemi di una guerra fratricida che durava dal 1974 fra Frelimo (partito unico al governo) e Renamo (opposizione clandestina).
È stato un gioco al massacro, dove chi ha più sofferto è stata, come sempre, la popolazione civile e dove l’economia e stata ridotta al completo sfacelo.
Ma come per incanto, sullo sfondo dei rottami e dei campi abbandonati, si sovrappongono, in dissolvenza, bianchi mezzi delle Nazioni Unite, caschi blu con la penna e accanto a loro i primi timidi solchi di un’agricoltura stentata e timida, ma segno di una nuova vita.
Sin dai primi fotogrammi si capisce la filosofia di questa operazione di “peace keeping” che è racchiusa nel sottotitolo del film “Alpini in armi per la pace”.
Al Contingente italiano l’ONU ha assegnato un’area centrale del territorio mozambicano, che si apre intorno all’asse di comunicazione più importante del paese, il corridoio di Beira, che unisce lo Zimbabwe al mare e costituisce la sua principale arteria di rifornimento.
Gli italiani hanno assunto il compito di garantire la libera disponibilità di quell’area, percorsa da una ferrovia, una strada e un oleodotto per oltre 300 km e ancora dopo la sigla degli accordi di pace del novembre 1992 campo aperto per le scorrerie e assalti a mezzi e convogli stradali da parte di sbandati armati. Lo Stato Maggiore dell’Esercito ha designato per questa missione nell’ambito dell’ONU un complesso di reparti della Brigata Alpina Taurinense comprendenti sostanzialmente il btg. alp. Susa, il battaglione logistico e l’ospedale da campo della stessa Brigata, tutte unità esperte in operazioni di cooperazione internazionale. In rinforzo sono state destinate la compagnia alpini paracadutisti del 4° C.A. Alpino e un reparto di aviazione dell’esercito con 11 elicotteri di vario tipo, oltre a unità trasmissioni e del genio.
L’intero contingente, forte di 1030 uomini, 670 mezzi blindati e automezzi, 9 elicotteri, 2 aerei leggeri, è raggnippato in un reggimento al Comando di un colonnello, attualmente il Col. di artiglieria da montagna Baudissard, mentre la regione Centro, una delle 3 in cui l’ONU ha suddiviso l’intero Mozambico, è al Comando di un Generale italiano, tuttora il Gen. degli Alpini Fontana, già Comandante della Brigata Alpina Taurinense.
Esso rappresenta, tra le forze che attualmente sono impegnate sotto l’egida dell’ONU in Mozambico, la componente meglio armata ed equipaggiata e con un grado di altissima sofisticazione militare, che quasi stride al confronto con le primitive condizioni di vita della popolazione, ma perciò costituisce un deterrente decisivo contro qualsiasi velleità faziosa e al medesimo momento un fattore di sicurezza determinante per gli abitanti.
Perché è proprio questa la funzione fondamentale della missione “Albatros”, nome suggestivo di uccello capace di volare su distanze di centinaia di chilometri con una meta precisa.
Laddove esistevano solo segni di desolazione, di morte e di deserto stanno risorgendo scuole, imprese artigianali, ospedali, centri di scambio e si ricomincia a coltivare i campi, curare le piantagioni e anche i giardini.
I nostri Alpini non sono l’unico ed esclusivo elemento per la rinascita di
questo bellissimo paese, dove si potrebbero ricavare tre raccolti l’anno, e proprio il Gen. Manfredi ci ricorda la paziente opera svolta dalla Chiesa Cattolica e dalle associazioni umanitarie, ma ammonisce allo stesso tempo sulla necessaria integrazione tra esse e i contingenti in armi, felice sintesi di un’operazione di “peace keeping” che in Mozambico è più valida che altrove ed è, forse, oggi l’unico caso esemplare per capirne la filosofia e la tecnica.
[…]

Missione “Albatros” in Mozambico

Nel Mozambico, oltre al portoghese, si parlano dodici lingue e trentadue dialetti. Al Nord prevalgono società di derivazione araba di tipo matrilineare. Al Sud invece la popolazione è di origine Bantu e si caratterizza per l’andamento patrilineare della famiglia.
Il popolo Bantu si stabili in questa regione attorno al 300 d.C. e sviluppò forme di civiltà legate all’agricoltura e alla metallurgia, vicino a fiumi e savane.
Attestati sulla costa, i mercanti arabi, invece, avevano iniziato i loro traffici con i regni dell’interno prima del 1000. Dal fiume Zambesi al Save e all’interno fino all’odierno Zimbawe questo regno, pur segnato da guerre fra i due ceppi indigeni, era allora, uno degli Stati più estesi e potenti di tutta l’Africa centro-meridionale. L’aristocrazia, fin da allora, deteneva il controllo della produzione agricola e soprattutto delle miniere d’oro, fonte di arricchimento e di commerci attraverso l’Oceano Indiano. A Nord dello Zambesi, invece, fioriva il commercio dell’avorio. Attraverso matrimoni misti e contatti commerciali, il ceppo arabo Swaili diede vita ad una civiltà (in prevalenza sulla costa) basata sull’Islamismo e sulla forma politica dello sceiccato e del sultanato. Ma l’odore dell’oro fece arrivare, attorno alla metà del XV secolo grazie al celeberrimo esperto Vasco De Gama, i portoghesi. I rapporti con i commercianti arabi della costa da un lato e dall’altra con gli indigeni fu, fin dapprincipio, complesso e non scevro da grosse problematiche, sia di cultura che di commercio e di religione.
Durante tutto il XVI secolo furono comunque poste le basi per la futura dominazione portoghese. Furono edificati forti, porti, case e chiese, mentre i gesuiti e i domenicani aprirono i primi conventi.
Attorno al 1500 i Bantu furono espropriati delle loro miniere e così Sofala e l’Ilha de Mocambique passarono sotto il dominio di Lisbona. A questi commerci si affiancò, purtroppo, anche la tratta dei negri. Il Mozambico settentrionale fu perquisito paese per paese e i negri inviati nelle piantagioni cubane e brasiliane. Benché la tratta dei negri fosse ufficialmente messa ai bando dalle stesse autorità portoghesi, nel 1837, l’esploratore inglese Livingstone (“I presume”) s’imbatteva ancora in carovane di schiavi. Ma fu solo nella seconda metà dell’800 che il Portogallo decise di fondare una colonia e di occupare militarmente il Mozambico. Fu filo da torcere per le truppe portoghesi, data la complessità dei problemi e delle colonie ivi residenti. Nel 1884, al Congresso di Berlino, le potenze europee raggiunsero di fatto un accordo sulla spartizione del continente africano e solo ai primi anni del nostro secolo il Mozambico divenne di diritto, oltre che di fatto, colonia portoghese. Travagliata da profonde crisi interne e da grandi capovolgimenti che videro coinvolto il Portogallo, nel 1975 il FRONTE DI LIBERAZIONE MOZAMBICANO (FRELIMO) dopo dieci anni di guerra feroce scacciò i portoghesi. D’ispirazione marxista, ma gestita dai neri, la Repubblica Popolare di Mozambico trovò in Samel Machel il suo leader: egli avrebbe dovuto fare i conti con la pesante eredità lasciata dai colonizzatoli. Quell’anno si costituì anche la Resistenza Nazionale (RENAMO) per togliere potere ai comunisti che avevano stretto un patto di ferro con Mosca. Solo dopo diciotto anni di guerra venne, il 4 ottobre 1992, siglata a Roma la pace, co¬stata più di un milione di morti, mezzo milione di mutilati, quattro milioni di sfollati, la distruzione di ospedali, case e scuole. E due milioni di mine seminate sui campi. Il Mozambico si è svegliato da un incubo. Qui la necessità per l’ONU di garantire la pace in un teatro di guerra che dura quasi… un secolo. Sono circa 7000 i caschi blu inviati finora. Il nostro contingente italiano affianca quello di Zambia, Bangladesh, Uruguay e Borswana, ciascuno con una zona da presidiare.
Agli italiani è stato affidato il corridoio di Beira, zona delicata data la presenza di un oleodotto, una ferrovia e una strada che tagliano orizzontalmente il Paese. Il corridoio è strategicamente importante perché rappresenta, di fatto, ia via di comunicazione più diretta tra i Paesi dell’Africa Centrale e l’Oceano Indiano.
Di qui l’importanza, anche sul piano sovranazionale e la delicatezza della missione Albatros, che ha portato non solo pace ma anche diverse forme culturali,
fra cui… il saper fare il pane!

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