Non vuole andare a scuola. Si chiude in camera, fuma nonostante il divieto tutto il giorno. Qualche volta si graffia come una gatta, per sentirsi viva. Si morde anche le unghie e il labbro. Talvolta si guarda nello specchio e decide di spezzarsi qualche ciglia. Laura non è un mostro, ma si sente un mostro. Vuole farla finita. Si sente vigliacca perché non ha il coraggio di farlo. Ha solo 14 anni, ma ha deciso che così non si può continuare e ha cominciato a fare lo sciopero della vita. Non va neppure a mangiare con i suoi genitori. Si prende le cose direttamente dal frigo, quando se ne sono andati a dormire. Meno li vede e meglio sta.
Il padre è uno scorbutico di un impiegato alle poste. La madre, si sveglia la mattina, poi gironzola sciatta per la casa, si vede un po’ di Tg1 mattina e poi (?) torna a letto fino a mezzogiorno. Quando torna il padre a casa, è tutto brutto come quando l’ha lasciata. La casa, una cosa qui e una là. Poche bevande nel frigo, molti yogurt, poca carne. Niente pane. Per Laura vivere fra questi due è una pazzia. Inizia dapprima ad andare male a scuola, poi a non volerci più andare del tutto. Ha un volto squadrato, due occhi azzurri e aguzzi come l’huskj, non è un fagotto di carne, è una bellissima ragazza, desiderosa solo di farla finita. Mario, il padre, da quando si è sviluppata, la guarda con certi occhi famelici che la fanno scappare, la madre da quando è cosi bella ha deciso di lasciarsi andare ancora di più. I nonni sono due buontemponi che dicono che non bisogna mettere lingua in mezzo a due come i suoi genitori. Lei l’ultima volta che ha tentato di dire ai suoi genitori “andiamo da qualche parte, spegnete la tele, usciamo assieme” si è sentita rispondere di tutto. Che erano stanchi. Che avevano diritto al loro riposo. Che si facesse i fatti suoi. Che iniziasse ad avere delle amiche… Ma come era possibile questo? Che amici avrebbero potuto tollerare quel disordine, quella sporcizia, l’assurdità di quel silenzio sanguigno del padre che si beveva la televisione?
Così inizia a fare sciopero anche lei. Ma nessuno, inaudito, le dice niente. Anzi, sembra quasi che questa provocazione piaccia. Uno in meno da servire,diceva la madre sbuffando e vittimizzandosi. Una in meno da andare a riacciuffare, dice il padre, in cuor suo leccandosi i baffi che la tenera preda fosse di appartenenza condominiale. Poi una notte. Alt! Il destino cambia le carte. Una notte sente un urlo e un tonfo. Nonostante la sua maschera di indifferenza Laura corre, le batte il cuore, si avvicina alla porta, la apre e… trova il padre riverso, con la testa all’ingiù, come una bestia abbattuta al macello.
Ingoia saliva acida. Poi vomita, poi si mette a urlare. Non sapeva che la morte fosse così brutta e anche puzzolente. Si mette a girare per casa, invoca aiuto, con una madre vicina spenta come una candela grigia. Si straccia le vesti come in una tragedia greca e dice “noo, non è possibile, ti avevo detto di morire, ma non dovevi farmelo, così” diceva quella poveraccia di Lucia che le sembrava di avere un maiale morto in casa con la vergogna di non provare dolore, ma solo schifo. Finalmente riesce a ritornare su se stessa e lei, non la madre, paralizzata e muta, telefona alla polizia, ai nonni, lei e non la madre rinsecchita e vuota, risponde al telefono, lei apre la porta ai primi soccorritori, si fa per dire.
Laura ha 14 anni, ma quella notte ne ha 50. Indossa per prima cosa un vestitino grigio e un golf nero. Inizia a dire le cose come stanno alla polizia, ai carabinieri, alle assistenti sociali, all’infermiera, ai nonni, che neanche fanno una grinza. Il maiale era stecchito, si doveva fare una festa. Laura non ha un minuto di tempo, fa ricoverare alla neuro la madre. La diagnosi era di schizofrenia, avrebbe saputo più tardi, ma Laura non sapeva neppure tanto bene cosa significava e quindi ogni tanto l’andava a trovare, come una parente povera e le portava i fiori quasi come se fosse al camposanto e neanche all’ospedale.
Intanto finalmente si sentiva meglio. Il tribunale l’aveva affidata, non ai nonni, malati di cattiveria nei confronti di suo padre e neppure ovviamente alla madre prematuramente scomparsa in modo psichico alla vita. Era stata affidata ad una specie di comunità dove c’era di tutto, un serraglio umano indifferenziato che andava dalla ragazza abusata dal nonno, al bambino che si tagliava ogni tanto la faccia e più in là ancora ragazzi che ogni tanto appunto s’impalavano e non parlavano per settimane anzi per giorni. Ma lei, si disse, che c’entrava con quel serraglio? Iniziò a studiare, a leggere appassionatamente. Lesse la grande letteratura: “Delitto e castigo”, “La montagna incantata”, tutto leggeva in quella comunità di persone afflitte più di lei. Perché, si diceva “se ce la faccio, io da qui me ne vado”. Il padre non se lo volle neppure ricordare. Se lo tolse dalla testa proprio, e la mamma se la coccolava ogni tanto come una bambina instupidita. Quella morte fu la sua vita, tanto che un giorno iniziò anche a pregare e ringraziare Dio per quello che era successo. Sensi di colpa zero. Senso di vita pieno, anzi quasi rigoglioso. Mise sopra il davanzale della sua cameretta dei piccoli fiori che nutriva d’acqua, poi si accorse che esistevano anche gli uccelli e mise loro tutte le sere piccole briciole, per vederli arrivare e godere del loro chiacchiericcio. Era finalmente in pace e quando ebbe diciotto anni andò sulla tomba del padre a dirgli grazie.
Morendo, le aveva tolto una pietra dal cuore grande come quella che adesso lo ricopriva. Amen. E grazie mamma per non avermi impedito di vivere la mia di vita. Grazie.

Oggi Magazine, 1 ottobre 2000

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