Spesso abbiamo insistito (e su queste colonne) sul concetto di morte, dell’anima e sulla pericolosità sociale della depressione (soprattutto dalle madri nei confronti dei figli). Proprio da queste pagine (cronaca di una cronaca?) sabato 17 (nel caso di «Maria», pag. 37 da «Il Lavoro») ragazza trentina resa adulta e vecchia, dalla depressione materna, si diceva che era compito dei terapeuti sollevare i figli da una croce che non sanno di avere, ma che pesa come sintomo a tal punto da togliere loro la voglia di vivere. Dunque in questo caso Maria Rosa cresce in un ambiente apparentemente perfetto, figlia di genitori che però non riescono a separarsi da lei, a darle i necessari stimoli per uscire e affrontare la vita con fiducia. Quando un adolescente non ce la fa ad autonomizzarsi ed a prendere la sua strada (da solo o in compagnia) c’è sotto quasi sempre un problema di simbiosi patologica con uno dei componenti della famiglia. Vale a dire un problema d’incapacità delle parti di stare lontani, autonome, staccate. E in armonia. Questi nuclei familiari dove esiste un unico figlio a puntellare la vita dei genitori, che soprattutto se anziani hanno sempre più bisogno dei figli, sono ad alto rischio patogenetico. Purtroppo sono famiglie piene di paura della sfiducia di vita e angoscia di separazione. Sono come «I fisici» di Durrenmatt dove si gioca al mutamento dei ruoli per giocare a non mutare la realtà. In questo caso è non affrontare il problema dello «svincolo» dei propri figli In questa cronaca i una morte annunciata Maria Rosa tenta di prendere (e a pieni voti) la rincorsa e il volo, ma è bloccata dal sistema familiare che la vuole in casa, bambina per sempre. Così ha inizio quell’avvitamento patologico in cui sembra non esserci né capo né coda, in cui alla depressione della figlia (sviluppata non a caso, per mancanza di altre vie d’uscita) fa seguito la depressione della madre. Alla colpa di essere depressa dalla figlia fa riscontro il senso di sacrificalità della madre, che non sapendo quanto questo atteggiamento dia cattivi frutti, aumenta la sensazione di colpa della figlia e così via. Fino a che proprio come nei fisici dove Newton suona il violino al posto di Einstein la madre fa quello che la figlia già stava facendo, la fa morire, perché già interiormente morta. La lascia perchè ha paura di essere lasciata. La uccide per difendersi dall’angoscia di separazione.
Piuttosto che tu te ne vada (e ci lasci soli) preferisco farti fuori. In questa famiglia è sbalorditivo quanto il fantasma interno (se tu te ne vai, io chi sarò, noi che cosa diventeremo?) sia stato «agito».
Per questo la famiglia, oltre a essere simbiotica, pare riverberare nella tragicità degli atti, una ferita che viene da ben più lontano.
Quasi sempre infatti i genitori che non si staccano dai figli hanno avuto gravi carenze affettive nell’infanzia: una parte bambina così bisognosa, che non riesce ad elaborare il lutto per l’allontanamento dei propri figli, divenuto il segreto derma propria esistenza. La cognitività di queste persone così interiormente bisognose e fragili è di norma superiore alla media. Quasi a compensare intellettivamente le ferite dell’anima. Oggi che la famiglia non è più patriarcale ed è più sola, è più frequente l’invischiamento, l’attaccamento ai propri membri, come difesa da queste ferite e da queste nuove solitudini dove vittima e carnefice hanno lo stesso volto di morte.

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Così li cresceremo da veri femministi Alessandra Lancellotti psicologo life coach psicoterapeuta