La sentenza che i giornalisti di Club 3 hanno scovato tra i pronunciamenti della Suprema Corte non può che aprire il cuore alla speranza non solo ai nonni di Torino (dei quali conservo una fitta, accorata corrispondenza), a tutti i nonni scippati dell’affetto dei loro nipotini, ma anche a coloro che, seguendo da vicino l’infanzia, sanno bene guanto errato sia considerare i nonni solo una specie di “optional” per la salute mentale del bambino.
I nonni rappresentano per i nipoti il senso di una continuità storica e culturale della famiglia senza la quale non può esserci vera identità personale. Rappresentano anche la possibilità di modelli d’identificazione positivi. Sono necessari dunque per la crescita e lo sviluppo del bimbo. Talvolta diventano addirittura il progetto del bambino stesso che viene stimolato attraverso l’autorevolezza del nonno a prendere una strada piuttosto che un’altra.
I nonni sono le radici di un tronco. Guai a tagliarle prematuramente: il rischio è la mutuazione interna del bimbo, una mancata appropriazione del senso d’identità culturale della famiglia. Il bambino crescerebbe senza tradizioni e miti, come venuto dal nulla, dunque con eventuali esiti sia depressivi che dissociativi. I nonni, senza la prospettiva dei nipoti di cui godere e ai quali affidare i codici essenziali delle loro esperienze (che rappresentano il succo, il distillato di tanta vita passata), sentirebbero il peso di una vita senza la gioia del ricordo, della testimonianza del loro passato. Gli uni sono necessari agli altri perché non venga spento in ciascuno di noi ciò che più ci rende vitali: la speranza della continuità e della finalizzazione buona del nostro stesso vivere.

Club 3, 28 novembre 1989

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