Alessandra Lancellotti: «Rosanna Benzi ha lottato fino all’ultimo perché non è mai stata sola»

LEVANTE – Tante giornate ancora da vivere ricolme di visite da parte di tutti coloro che gli vogliono bene per fargli sentire tutto l’affetto possibile e convincerlo a continuare. Caso Welby: in un’Italia divisa tra favorevoli e contrari all’eutanasia esiste una voce differente. Che non parla di spine da staccare o accanimenti terapeutici. Ma di affetto col quale colmare lunghe giornate vuote. Di aspetti psicologici che nessuno ha preso in considerazione. La dottoressa Alessandra Lancellotti sa di cosa sta parlando, ha lavorato per molti anni all’Istituto Tumori per una qualità migliore della fine della vita. II medico inizia con un esempio che tutti ricordiamo bene: «Rosanna Benzi e la sua battaglia nel polmone d’acciaio. Ha lottato fino all’ultimo con il sorriso sulle labbra, perché non è mai stata sola, ha sentito l’affetto degli amici, dei parenti. Che l’hanno fatta sentire utile, vicina a tutti. Se ti senti amato, non senti il bisogno di dover morire. Non capisco: la persona che soffre di depressione viene riempita di psicofarmaci, si tenta qualsiasi strada per strapparla al suo male e non riusciamo a leggere la tristezza, la solitudine negli occhi di Welby. Una persona sola». E il dolore fisico? «Esistono palliativi ed antidolorifici che possono renderlo sopportabile. Non spostiamo il vero problema, che è un altro. E mi spaventa che nessuno sembri rendersene conto. Guardate lo sguardo di Piergiorgio Welby, uomo di intelligenza straordinaria e vibrante. Si sente solo di fronte al suo dramma, trascorre giorni di noia infinita, in cui passano per la testa i pensieri peggiori. Tra questi, il più insidioso di tutti: quello della partita a scacchi con la morte. Sapere di dover morire, ma non la data e l’ora precise. E allora decidere di giocare d’anticipo questa terribile gara, precedendo la morte, non dandole la soddisfazione di sta
bilire quando. Lui non vuole sapere quanto gli resterà. E l’attesa gli sembra insopportabile. E’ un problema psicologico, ma nessuno sembra accorgersene». La Lancellotti prosegue: «E allora io vorrei andare a parlare con Piergiorgio per dirgli che lui è una bandiera. Non contro la morte, ma per la vita. Che ci insegni, con il suo esempio, ad avere la forza ed il coraggio di aspettarla, questa fine che ci terrorizza tutti. Piergiorgio deve essere un simbolo. Vorrei parlargli, ripeto, prendere una fiaccola e convincere a venire con me da lui tutte le persone che gli vogliono bene e seguono la sua vicenda umana con affetto. Parlargli, sorridergli, rendere piena la sua giornata, fargli scordare i pensieri neri che lo stanno tormentando. Tutti i giorni. Ecco; lui è una fiaccola vivente di speranza. Per lui, per noi tutti. Esiste un brano di Bach bellissimo, “Vieni, dolce morte”. Ecco, io credo che riempire ogni istante della vita quotidiana di Piergiorgio sia la strada più dolce, da percorrere tutti. Mano per mano con lui».

MATTEO RISSETTO

La Repubblica, giugno 2007

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