Dopo un allattamento di venti giorni (Paola ha messo al mondo una bambina di nome Aline “nata con le ali”!), la piccola viene regolarmente biberonata anche dal padre e dai nonni. Paola deve seguire le trattative di lavoro che aveva interrotto a causa della maternità.
Potrebbe fermarsi, ma teme di perdere sia i clienti sia la commissione. Così deride di non mollare né il lavoro né la carriera di madre.
Ma nonostante il suo forte senso di realtà e il suo robusto equilibrio psicologico, sente allargarsi dentro di sé giorno dopo giorno come una grande forza fatta di sensi di colpa e di sensi di abbandono.
Sa che dovrebbe dare ad Aline più ore del suo tempo, più calore, ma non riesce a ritagliare porzioni di spazio emotivo buone per entrambe. Una voce dentro le dice continuamente «dovresti, dovresti». Sono fitte al cuore che la rendono nervosa, irritabile.
Così quando Aline ha due anni e vede arrivare a casa la mamma, non tira su neppure la testa dalla cesta dei giochi, non le va incontro festante, fa finta di niente. E per la madre è come una pugnalata. Suo marito, invece, che ha un orario più flessibile e una posizione professionale più collaudata, riesce a trovare più tempo per la bambina e così i due diventano inseparabili. Cosa succede allora a Paola? Già sì sente in colpa 24 ore su 24 perché non è presente come dovrebbe, in più si vede surclassata dal padre che le “ruba” l’affetto della figlia, se la conquista ogni giorno di più. Inizia allora a sviluppare una sorta di malcontento generalizzato che non ha un centro, si sposta: una cosa all’altra per finire su se stessa e sulla figlia. Se la bambina tocca ciò che non deve toccare? Paola salta su con la voce, la rimprovera aspramente, finché la bimba si mette a piangere. Ed ecco arrivare il padre, ennesimo autogol inconscio. Il padre ammonisce la madre, le dice “ecco lo vedi come sei nervosa. Fai piangere in continuazione tuafiglia”. È un corto circuito. Paola pensa di non valere niente per sua figlia, si sente rimproverata, svalutata e attacca lite col marita che sia più dalla pane di Aline che dalla sua. La famiglia le sembra un inferno e il lavoro quasi un paradiso, le pare che nel mestiere dì madre ci siano continui agguati e trabocchetti amorosi che sul lavoro paiono essete meno pericolosi per il suo equilibrio di donna.
A Paola sembra difficile tenere testa ai sensi di colpa suscitati dal fatto di non sentirsi abbastanza “buona madre”. E’ gelosa del rapporto figlia/marito, si rifugia nel lavoro quasi come droga e antidoto alla propria tristezza. Invece di prendere la strada di casa, spesso resta in ufficio più ore del dovuto. Forti sono entrambe le pulsioni, diventare qualcuno professionalmente e diventare qualcosa d’importante sia per il marito che per la figlia. ma come riuscire a conciliare questi sentimenti contrastanti? Come togliersi di dosso questa aggressività che usa contro se stessa, contro la figlia e contro il marito, ma in qualche modo di essere troppo dalla parte di Aline e troppo poco dalla sua parte? L’ansia e il conflitto relativi a questo stress fanno sentire Paola come in guerra pur essendo questa donna fortissima sul lavoro e fragile in famiglia. Stanca di questo conflitto, aggravato da una forte sensazione di solitudine morale, spossessata dal ruolo di madre. Paola inizia non aver neppure tanto mordente sul lavoro. E va in tilt: non mangia, lavora, piange.
Questo tipo di depressione emerge soprattutto tra le cosiddette donne in carriera, che forti dei loro risultati professionali non pensano di avere gravi lacune d’insicurezza di base che si celano dietro la loro forte corazza. Non pensano anche loro di essere un po’ bambine, gelose dell’amore che il partner alla loro stessa figlia. E finiscono per contrastare, quasi rivaleggiare in amore togliendolo alla loro stessa creatura e entrando in una confusione di ruolo e di identità grave. A questo punto se la carriera viene cercata come farmaco rischia di imprigionare e per sempre quella parte bambina che proprio attraverso la carriera pensava di crescere. Rendendo la madre tirannica e irrigidendo la struttura del carattere in una maschera, che diventa alla fine un’impietosa mascheratura di irrisolti problemi.

L’indipendente, 13 luglio 1994

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E' caos quando lo zio è minore del nipote Alessandra Lancellotti psicologo life coach psicoterapeutaSe la giustizia non c'è Alessandra Lancellotti psicologo life coach psicoterapeuta