Era figlio di montanari, lui, Guido. Poche parole, rari gesti, molto silenzio. Ma non di quel silenzio imbarazzante o imbarazzato. No. Era una qualità di silenzio che presupponeva più domande che risposte.

Allora: la questione era questa. Suo figlio (anni sei, dicasi sei) aveva detto alla maestra che aveva detto all’assistente sociale che aveva detto al giudice, aveva detto insomma che lui, il padre toccava la sorella cioè la zia e. che insieme tutti quanti (imbarazzo) e cioè il padre, la zia e i suoi genitori (nonni) si toccavano e ridevano, ridevano e si toccavano soprattutto “lì”. Il figlio poi aveva disegnato un affanno rosso piccolo in campo bianco e Guido dice che la maestra diceva che quello era un pene. Anzi. Che quello era il segno del “bambino violato lì”. Perché il figlio aveva raccontato alla psicologa che quando papa e la zia nonché i nonni si toccavano e ridevano, c’era anche lui. Punto.

Ma non basta: aveva anche raccontato che la cugina era pure presente a questo bel divertimento e che quando poteva se ne andava lui tranquillo in una botola sotto il letto. Guido, figlio di montanari che vivono ancora nelle montagne del torinese, e che fa di mestiere il macellaio in un a rivendita all’ingrosso di carni, non può credere che per solo questo fatto e cioè che suo figlio abbia detto una cosa così da fuori di testa, la sua famiglia (tutta, sorella, madre e padre) sia dovuta andare immediatamente dai carabinieri e poi portati subito dal Pubblico Ministero per una specie di interrogatorio (durato pochissimo) in seguito al quale lui aveva perso il diritto di vedere suo figlio (portato via immediatamente in un’altra famiglia) e sua sorella si era vista portare in istituto la figlia, di appena tre anni.

Rabbrividisco. Chiedo di vedere le carte, quelle poche. Gli chiedo di sapere se per caso suo figlio avesse mentito altre volte.

Con quella faccia da povero diavolo Guido mi rispose che purtroppo erano anni che suo figlio mentiva, ma nessuno gli aveva dato retta, essendo che lui era separato e che la madre affidataria, non ne voleva sapere di sentirsi dire che aveva un bambino bugiardo, magari anche per colpa sua o di suo nonno (materno) che di regola le sparava grosse.

Gli chiedo di vedere immediatamente i genitori. Lui mi guarda come per dire, “non si può fare una cosa di questo genere…”. In effetti i genitori quasi ottantenni da quella loro campagna si sono divisi due volte. La prima per andare al matrimonio del figlio Guido, la
seconda per andare al matrimonio della loro figlia (anch’essa incriminata). Quando sono dovuti andare dal giudice, la madre (nonna) stette così male da avere bisogno di essere ricoverala d’urgenza all’ospedale per evidenti coliche. Insisto che voglio vedere questi genitori, ai quali voglio anche parlare. Mi arrivano dopo una settimana vestiti come per un matrimonio o un funerale.

La madre, grassissima, invecchiata di altri dieci anni per il piangere. Il padre mingherlino, senza parole. Azzerato nello spirito e nel corpo. L’unico gesto cincischiava con le mani il bordo di un vecchio cappello: Guido sembrava però quasi felice di essere riuscito nell’impresa di portarmi i genitori per il colloquio e sembrava sollevato, quasi felice.

La sorella, bellissima e altrettanto esile sia nel corpo che nella voce, si ritraeva alle domande, incapace di darsi pace. Non vedeva sua figlia se non alla presenza di due assistenti sociali per un’ora la settimana all’istituto di via Meraviglia a Torino. La sua bimba quando la vedeva si metteva così tanto a piangere che l’avevano sconsigliata di vederla persino in quell’unica ora!

Domanda: che fare? Come dimostrare che il bambino di Guido era un bugiardo, un “polimorfo perverso”, uno che con le storie ci giocava che tanto tutti ci cascavano dentro, aumentando il suo senso di sfida luciferino…? Chiedere un incidente probatorio. Che sarebbe a dire? Un interrogatorio in cui una psicologa, con buone maniere, avrebbe chiesto al figlio di Guido di dire le cose che aveva detto alla maestra che erano state segnalate ai servizi sociali e al Tribunale.

E intanto somministro test a tutta la famiglia, pur sapendo benissimo che non mentivano, perché chi mente ti guarda fisso negli occhi per farteli abbassare e chi non mente, li abbassa, se è stato così dolorosamente colpito nel senso di sé e della propria dignità umana.

In più, in questa triste storia, si avvertiva il peso di una catena interiore che è il senso d’angoscia legato all’impotenza con un senso vago di inferiorità e di grande vergogna.

Cerco di rassicurali, ma il mio imbarazzo non è inferiore al loro. Da molto tempo in Italia ogni tanto lo Stato entra nelle famiglie, porta via i bambini come nelle favole con
gli orchi e le fate. Cerco di allargare il cerchio dei periti, ma ormai l’udienza è alle porte e l’incidente probatorio deve avvenire in fretta, per poter decidere. Il Pubblico ministero intanto avverte la psicologa che deve parlare al bambino. Tutto è pronto. Il giorno dell’incidente probatorio a Guido arriva una sensazione lucida e fredda come una lama che gli taglia la gola. “Dottoressa, non ce la
faccio!” tanto
sicura era questa frase da pensare di trovarmi di fronte ad un’altra persona, non più timida, introversa, da “”Albero degli zoccoli”. L’incidente probatorio avviene in modo che quando il ragazzine tace, il giudice gli dice che lo tiene lì fino a quando avrebbe parlato.

Il ragazzino, per farla breve, taglia corto, e riracconta la stessa storia. Il bambino non sa che i genitori impotenti, sono dietro allo specchio unidirezionale. Invano tento di farli entrare. Impietrita ascolto la fredda calma di un ragazzino che è come se avesse sparato addosso a un’intera famiglia una sentenza implacabile, riversando su di loro sospetti d’abuso sessuale intrafamiliare, che vengono puniti col carcere. Per la famiglia questo avvenimento diventa arma letale. Fiduciosi nella giustizia, non trovando in essa la risposta agli addebiti inquietanti e vergognosi cui erano stati fatti bersaglio, si uccidono il giorno dopo con il gas, vestiti tutti dello stesso vestito con cui erano andati al loro matrimonio e al loro funerale.

Stoicamente in una lettera a futura memoria essi dicono che se non c’è giustizia, non c’è vita. E dunque, consequenzialmente si tolgono di mezzo.
Di lì a poco il giudice viene proclamato buono e promosso. Otto settimane e mezzo fa ha scarcerato un vero pedofilo. La sua macchina è rossa come la mia rabbia e il mio dolore.

Requiescant in pacem almeno loro.

America Oggi, 14 novembre 1999

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