Sandro è un bell’uomo, forse innamorato un po’ di se’, ma anche molto innamorato di sua sua moglie Sarah. Sembrano insieme una coppia divina, come due egiziani, le fattezze perfette, l’aria signorile, i gesti pacati: come in una teca. E come in una teca o sotto una tenda ad ossigeno vivono: la loro compiutezza, la loro pacatezza in realtà è la maschera gentile di una progressiva devitalizzazione del loro rapporto amoroso. Sarah infatti e suo marito Sandro da dieci anni non hanno più rapporti amorosi, ma per amore dei loro figli, Nicola e Giacomo, stanno insieme, mangiando i biscotti del mulino bianco la mattina, bevendo la tisana assieme la sera, scaldandosi i piedi vicino al camino.
Tutto perfetto e niente in ordine. Infatti mi portano il loro primogenito in consultazione: dicono che è taciturno, ombroso, senza amici. Ha tredici anni, è lungo come suo padre e ha le fattezze di sua madre. A scuola è nelle nuvole e non va avanti col risultato di essere sempre l’ultimo, con un vissuto da sopravvissuto.
Faccio presente che Nicola è solo il semaforo intelligente di una situazione che non va bene, non è dunque né malato, né un diverso e neppure stupido o introverso. E’ che il suo cosiddetto mutacismo è il muro e la barriera dietro cui ci stanno milioni di informazioni taciute o soppresse, come quando il computer non vuole ubbidirci perché ha troppi dati da elaborare. In questa famiglia in cui “tutto è a posto e nulla è in ordine”,il sintomo del ragazzo è invece l’occasione di rimettere a posto le cose, sempre che i loro genitori abbiano orecchie per intendere, la smettano di preoccuparsi per lui e si occupino invece un po’ più del loro rapporto “annebbiato.” Ed ecco che cosa viene fuori da una situazione che si pensava brutta e che ha capovolto improvvisamente, come un colpo di vento, equilibri belli ma finti.
Sarah quando sposa Sandro, non sa di essere intimamente legata, forse troppo, al padre. E’ lei che gli va a riordinare le carte in ufficio, a fissare gli appuntamenti, a rispondere alle telefonate. Il padre, avvocato di chiara fama, aveva bisogno di una persona eccellente di cui fidarsi, sia per le carte di famiglia che per le cose di ufficio. Esisteva fra loro un rapporto così stretto e forte da non aver bisogno di essere neppure dichiarato. Forte come la morte. Sarah era anche il ritratto vivene del padre e gli assomigliava pure nel carattere.
Quando poi muore la madre, Sarah non sa che inconsciamente ne prende il posto, non certo in maniera sessuale, ma ancora più in profondo, vale a dire prende il posto della madre per tutta quella carica di affettività e di aspettativa nei confronti del futuro che caratterizza il rapporto nei confonti del figlio.
Sarah per suo padre rappresenta anche l’eternità, la continuità del suo nome e dunque la prosecuzione di un progetto personale, che non doveva morire con lui. Ed ecco che Sarah, investita di tanto eros inconsapevole, in realtà è come se “servisse” due mariti. Uno rappresentato involontariamente dal suo papa e l’altro da Sandro. Si che in questa scissione dell’IO, si dirama, fino a perdere energia vitale, l’eros. Non era proprio la classica depressione, che è anche perdita dell’eros, era uno sconfinamento involontario infragenerazionale da cui Sarah veniva presa e come inghiottita senza saperlo e che la faceva poi irrigidire o comunque frenare sul piano sessuale col proprio reale marito. I genitori di Nicola, gran belle persone erano state come dire “congelate” senza volerlo da un rapporto preesistente che non si sapeva essere fonte di perdita, se mai di guadagno. Nicola nel suo mutacismo era come se volesse voltare le spalle ad un rapporto formalmente ineccepibile, ma in realtà freddo e quasi anafettivo, dove al rigore delle norme, faceva da contrapposizioneuna mancanza totale di eros.
Quando vidi le tre generazioni “bloccate” in quello che si chiama in termini tecnici “invischiamento generazionale” e in termini da Sacra Rota, impotentia coeundi, presi i genitori in disparte e feci partire la prima tranche di colloqui di coppia atti a ristabilire, attraverso la consapevolezza dei ruoli, il gioco che la famiglia stava facendo, senza averne la minima colpa né responsabilità. Sarah fu molto restia dapprincipio a riconoscere la patologicità di un attaccamento affettivo che dalle nostre parti suona come una delle cose più belle e sacrosante, vale a dire l’amore per il padre visto come fattore d’inquinamento amoroso nei confronti del proprio partner….
Questa difficoltà che in termini tecnici si chiama “resistenza” durò parecchio tempo. Ma questo permise a Sandro di mettere a fuoco l’attaccamento iperbolico che anch’egli aveva nei confronti della propria madre, vista e vissuta come una santa e una martire! Ed ecco che durante il trattamento psicoterapico da una coppia di sposi ne vengono fuori praticamente altre due (quelle inconsapevoli): vale a dire la partnership inconscia di Sarah col padre e quella di Sandro con la madre. A questo punto una domanda: non aveva forse tutte le ragioni Nicola di fare il malato, sentendosi figlio di genitori che a loro volta erano troppo figli per fare i genitori? Molto spesso le patologie della cosiddetta età evolutiva in realtà sono figlie di genitori che non avendo ancora tagliato pienamente il cordone ombelicale con la propria famiglia d’origine, rischiano di vivere la loro
partnership affettiva con la madre o il padre, bloccando poi necessariamente tutto il resto, con gravi conseguenze per il futuro sia del proprio accoppiamento amoroso che dei propri figli. Solo dopo il taglio emotivo dalle famiglie d’appartenenza si può pensare di appartenersi reciprocamente. E di avere gioia, provare per credere. Nel caso di Sarah, una volta che ella era riuscita a staccarsi dalla figura paterna, con giusta sobrietà e a dare giusta distanza emotiva alla propria figura di riferimento parentale, il paradosso fu che Sandro non riconobbe invece la patologicità di un rapporto sotterraneo con la madre, vissuta comunque come interlocutrice privilegiata (fissazione edipica) e fisso punto di riferimento.
E a questo punto fu necessario lavorare con Nicola ,per conferire a lui, almeno a lui, capacita di autonomia e dunque di voglia di volare. Talvolta, spesso l’amore genitoriale e o filiale assomiglia ad un lago di miele: difficile riuscire ad alzarsi in volo e quando questo accade, talvolta le ali, appesantite dal miele, ci fanno sprofondare. Provare per credere.

America Oggi, 9 gennaio 2000

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Un lago di miele Alessandra Lancellotti psicologo life coach psicoterapeutaDa Carignano al dedalo dei vicoli un filo sottile Alessandra Lancellotti psicologo life coach psicoterapeuta