Costa 6 dollari e 95 centesimi, non ha beneficiato di una riga di pubblicità sui grandi giornali che fanno moda, eppure il libretto di Barbara Ann Kipfer «14.000 cose per cui essere felici» sta andando a ruba negli Stati Uniti.«Non me ne stupisco – commenta la psicologa Alessandra Lancellotti – . Quando ci si allontana dalle vacanze estive, periodo di felicità per antonomasia, è un momento simbolico di “lutto” non grave dal quale tutti cerchiamo di uscire con meno sofferenze possibili. Un libro di quel genere diventa una specie di farmaco miracoloso a cui ricorrere nei momenti di maggiore bisogno e di crisi».
Effettivamente l’elenco stilato dalla Kipfer, che abitualmente lavora come ricercatrice sui progetti di intelligenza artificiale, è qualche cosa di più del solito manuale «come fare» tanto caro alla pragmatica cultura angloamericana. E’ una vera e propria flebo di felicità minimalista perché offre diret¬amente al lettore, senza imporgli né esercitazioni, né compiti a casa, migliaia e migliaia di ragioni semplicissime, banalmente a portata di mano, per essere contenti.
D’altra parte chi mai oserebbe insegnare la «grande» felicità? Per raggiungere quella «piccola», invece, alcune istru¬zioni per l’uso possono tornar utili. Barbara Ann Kipfer aveva incominciato a compilare la sua lista una ventina di anni fa, gettando giù a casaccio su un minuscolo notes tutto quanto la rendeva felice. Ad un certo punto l’elenco traboccava e ha dovuto trasferirlo su un computer. Pubblicati, i suoi motivi di felicità riempiono oggi 612 pagine. «In una giornata grigia mi immergo in quella collezione di parole e di immagini per tirarmi su di morale» confessa.
Spulciamo a caso: fare colazione in pigiama, un telefono che suona libero al primo ten¬tativo, il solletico di un tappeto sotto i piedi nudi, un carillon che suona «II bel Danubio Blu», il primo dentino di un bambino, una cioccolata calda calda, una galleria proprio mentre scoppia un temporale, una cartolina da un amico. E via di questo passo per 14 mila volte per poi concludere «La felicità nasce dalle piccole cose della vita».
La Kipfer ci lavora con metodo da 20 anni, ma riscoprire la felicità nelle piccole gioie della vita sembra diventato il più recente degli imperativi. La mini-felicità del quotidiano sembra riprendere vigore, smalto e appeal dopo essere stata repressa e nascosta per anni tra cinismo e pudore.
Maurizio Costanzo, grande spione della realtà che monitorizza dal suo salotto-contenitore, ha recentemente spiegato che questa è anzi il fenomeno che più l’ha impressionato negli ultimi tempi: «Oggi la gioia di vivere e il desiderio di vivere traboccano in modo visibile. Ed è un desiderio fatto di piccole cose, oltre che di grandi di cui nessuno osava parlare». Di conseguenza i nuovi modelli, i nuovi eroi sono quelli che dimostrano ottimismo e voglia di farcela, senza smanie, però, perché la felicità non è più legata a megatraguardi. Ecco perché la platea di Costanzo riserva gli applausi più scroscianti a personaggi sconosciuti che dimostrano di agguantare la vita per i capelli, di non arrendersi davanti alle difficoltà, di saper sorridere.
«Sono sostanzialmente d’accordo con Costanzo. Attenzione però all’errore linguistico che sta dietro a questa affermazione», corregge Franco Ferrarotti, docente di sociologia all’Università «La Sapienza» di Roma. «La felicità è un dono che gli dei elargiscono con estrema avarizia – spiega, – è un lampo eccezionale alla portata di pochi. Bisogna piuttosto parlare di un senso di sollievo e di gioia quieta di cui tutti possiamo godere quando constatiamo che le piccole cose funzionano».
E il rientro dalle vacanze, secondo Ferrarotti, è il momento simbolo per mettere a prova la nostra disponibilità alla «felicità», per verificare se siamo in grado di riconoscere, prima, e di godere, poi, dei motivi di contentezza. «Il motore dell’auto che parte al primo colpo, la chiave che gira nella toppa, l’acqua calda nella doccia sono cause di enorme sollievo. Sono piccole-grandi soddisfazioni, come quella straordinaria di togliersi i calzini troppo stretti».
Evidentemente è una felicità doc quest’ultima, visto che an¬che Piero Angela, intervistato da Gianni Bisiach, aveva citato

come esempio di felicità l’episodio del suo compagno di banco che si tirava giù le calze e si grattava con voluttà i polpacci.
Anche ritrovare le proprie abitudini è causa di contentezza perché, sostiene Ferrarotti, gli uomini sono animali abitudinari e la stabilità psichica è legata a certi piccoli automatismi che li rassicurano inconsciamente sul buon funzionamento del mondo che ci circonda. Concorda Alessandra Lancellotti: «Al ritorno delle ferie la felicità più grande è la riscoperta della casa-madre. Per godersela a pieno bisogna imparare a prestare attenzione ai suoi gusti e ai suoi odori. Persino lo scricchiolio “giusto” del proprio letto può essere motivo di soddisfazione. E’ la felicità sottile di ritrovare le proprie sbarre, le proprie sponde, come accadeva nel lettino di quando eravamo bambini».
C’è anche, suggerisce Lancellotti, l’innegabile ebbrezza di un ritorno al futuro, della ricostruzione del filo dei progetti, in una specie di rinnovo del guardaroba interno che segue quello stagionale del vestiario.

La Stampa, 4 settembre 1990

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