Lucia ha sette anni e soffre di pavor nocturnus: nonostante la sua età ha incubi da cui si sveglia tremante e sconvolta. Lucia stacca le dita alle bambole e da quando c’è guerra le ferisce procurando loro tagli. Poi prende gli abiti delle bambole e li taglia a fettucce tutte uguali. La madre è spaventata: darà colpa della guerra? Cosa deve fare? Toglierle la televisione, far sparire i giornali? Ma sarà colpa di Saddam che Lucia sta così male? Adriana, 44 anni, si stropiccia le mani nervosamente quando parla, le sue parole escono a raffiche. Adriana è la compagna di un mmuratore, diviso, con due figli, Paolo. questo è il nome del «compagno» che torna a casa tardi la sera, Oltre ai soldi che deve versare per questa famiglia deve trovare il tempo il sabato e la domenica di lavorare anche per la famiglia che ha lasciato.
Spesso a casa c’è un silenzio duro come un coltello. La televisione sempre accesa non smorza questa sensazione di estraneità, di guerra non proclamata ma agita attraverso i comportamenti. La casa è un teatro di un’azione bellica in cui i conflitti irrisolti, la mancanza di comunicazione. di solidarietà. d’intimità, esplodono. E tanto più Paolo rimane muto tanto più Adriana urla in continuazione. Questo lo fa in parte perché spaventata da tanta angoscia e in parte per reagire alla provocazione del silenzio ad oltranza. Lucia da quando è nata li ha visti così. Invitata a fare un disegno della famiglia, inizia a disegnare una grande televisione a colori, un tavolo, da una parte, il padre (senza mani), dall’altra la madre, piccola e minuta ma con grandi braccia. Lei non si disegna. Inoltre Lucia sente sempre la mamma lamentarsi che suo marito non pensa abbastanza a loro due perché ha la testa via, il pensiero fìsso fuori… Forse pensa ai figli che ha lasciato, all’altra moglie? O forse è un tipo senza testa? Perché la mamma lo dice sempre che non è mai in sé stesso, che non è abbastanza pratico nonostante il lavoro che fa con grande precisione. Ma che tutto il resto lo deve fare lei… meno male che esiste lei in quella famiglia a educare la sua bambina… E più la madre dice queste cose e più ferite procura a Lucia che non vorrebbe mai essere nata. Perché la sua colpa è quella di aver procurato così tanti guai ai genitori. Così Lucia vorrebbe scomparire per non dare più preoccupazioni.
Il motivo della loro distruzione. Per questo vorrebbe andarsene. Così la guerra finisce fra i suoi genitori. Così pensa. Le ferite che da alle bambole sono quelle che ha nel profondo. Le sue bambole smozzicate sono il segno della sua guerra interna. La guerra quella fuori di oggi è solo un fattore scatenante di quella che c’è dentro. Guarire dalle ferite interne significa riuscire a dare, difese per tollerare l’enormità del conflitto estremo, quella vera, sia in famiglia che fuori. Quando ì bambini non riescono a vivere con un minimo di serenità la guerra che esiste realmente, significa che nel loro cuore giacciono problemi finora insepolti, ma che danno angoscia. Significa anche che non hanno fiducia che i «grandi» li proteggano, e che quindi sono soli, senza protezione alcuna. In questo caso «la guerra» funziona come test protettivo: se i bambini stanno troppo male significa che già esistono conflitti di qualche entità che vanno affrontati e appianati adeguatamente. Non certo facendo esplodere le bombe (televisive; davanti agli occhi. Ma aprendo noi gli occhi sulle bombe (psicologiche) che cadono nei cuori dei bambini ferendoli a morte.

La Repubblica, 1994

Contatto rapido

Non sono disponibile al momento, ma potete lasciarmi un messaggio e vi risponderò al più presto. Grazie.

La bellezza del sacro Roberto PerottiUn'amica inesistente Alessandra Lancellotti psicologo life coach psicoterapeuta